venerdì 18 dicembre 2015

Gli Ebrei nelle terre orientali dell’Impero austro-ungarico

Il 23 luglio 2015 è stato postato un articolo dal titolo “Le terre orientali dell’Impero austro-ungarico”(1), che si è occupato, seppur per sommi capi, delle regioni orientali dell’Impero. Rispetto alla presenza di numerosi gruppi etnici e di una variegata composizione sociale di quelle società, il testo che segue intende analizzare ed approfondire la popolazione ebraica, componente importante e significativa presente in quelle terre. (bc)

Un mosaico genetico con decisivi apporti da antiche popolazioni originarie del Caucaso, europee e mediorientali: è quanto risulta da uno studio che ha ricostruito le origini degli ebrei dell'Europa orientale, le cui ascendenze sono ancora oggetto di dibattito. La ricerca, condotta da Eran Elhaik della Johns Hopkins University Bloomberg School of Public Health, e pubblicata sulla rivista Genome Biology and Evolution,  permette di fare un significativo passo avanti nella definizione della controversia fra le due ipotesi attualmente in campo, portando dati a favore di quella che sostiene un'ascendenza molto più complessa per gli ebrei dell'Europa orientale rispetto a quelli dell'Europa centrale. Secondo la cosiddetta “ipotesi renana”, infatti, gli ebrei europei discenderebbero da quelli che, nel VII secolo, lasciarono la Palestina in seguito alla conquista musulmana, per trasferirsi in Europa, in particolare nella Renania. Nel corso del XV secolo, circa 50.000 ebrei lasciarono poi questa regione per spostarsi verso est.
L'ipotesi alternativa è quella “cazara”, secondo la quale la fioritura demografica degli ebrei dell'Europa dell'Est avrebbe ricevuto un decisivo contributo dai Cazari, una confederazione di tribù di origine turca, iraniana e mongola che vivevano in quella che oggi è la Russia meridionale, e che fra il VII e il IX secolo si convertirono al giudaismo. In seguito al crollo dell'impero cazaro, arrivato ad estendersi dall'Ucraina fino al lago Aral, le popolazione cazare, amalgamatesi anche con armeni e georgiani, a partire dal XIII secolo si dispersero in tutta l'Europa orientale.

Uno dei primi provvedimenti in Europa di tutela della popolazione ebraica risale al 1233, quando l’imperatore del Sacro Romano Impero, Federico II di Svevia, concesse uno statuto agli ebrei viennesi.
A partire dal XVI secolo l'istituzione dei ghetti caratterizzò la vita di gran parte degli ebrei europei.
In Italia le segregazioni coatte degli appartenenti a un gruppo sociale iniziarono nel Cinquecento. In quel periodo nacquero i ghetti per gli ebrei: il primo fu creato a Venezia nel 1516, il secondo ad Ancona, il terzo a Roma e Bologna nel 1566, poi a Firenze, Verona, Mantova, Ferrara, Torino. 
Ritornando all’Europa orientale, verso la metà del 1500 l’unione polacco-lituana fu l’unico paese nella storia dell’Europa che riconobbe una sorta di autogoverno degli ebrei. Dopo la spartizione della Polonia gli ebrei si trovarono a vivere in altri Stati, tra cui la Prussia e la Russia e nell’Impero Asburgico. Nel 1781 l'imperatore Giuseppe II d’Asburgo emanò i "Decreti di tolleranza" che abolirono molte delle discriminazioni religiose nei confronti dei protestanti, degli ortodossi e degli ebrei ma non ristabilirono mai la precedente autonomia. Dopo la Rivoluzione francese, la nascita dei moderni stati nazionali favorì migliori condizioni di vita delle popolazioni e, nella maggioranza dei paesi, permise l'emancipazione civile degli ebrei.
Nei territori degli Asburgo, le regioni più densamente abitate dagli ebrei erano la Galizia, la Bucovina e la Transilvania. Consistenti insediamenti ebraici si trovavano anche in Boemia e Moravia. In Russia gli ebrei, fino al 1917, furono confinati nelle “Zone di insediamento”, territori annessi in seguito alla spartizione della Polonia.

 Ebrei a Vienna nei primi anni del Novecento

Negli ultimi decenni dell’Ottocento, con le profonde trasformazioni e modernizzazioni della società tedesca e austriaca, l’ebraismo europeo si divise in “occidentale” e “orientale” e si coniarono i termini, divenuti di uso corrente, Westjude e Ostjude. Gli ebrei dell’est, che già venivano criticati per il loro modo di vivere e di comportarsi, furono ulteriormente caratterizzati in termini negativi dagli stessi ebrei dell’Europa occidentale, in particolare dai tedeschi assimilati, i quali tesero a evidenziare la loro lontananza dagli ebrei osservanti dell’est. I profondi legami tra gli ebrei, la solidarietà e la condivisione dei valori tra essi cominciarono a venire meno a causa, appunto, del processo di emancipazione e modernizzazione che portò gli ebrei a conformarsi allo stile di vita delle società in cui vivevano. I due stili di vita cominciarono a confliggere e gli ebrei tedeschi iniziarono a disprezzare gli ebrei orientali.   
Ovunque, in Europa occidentale, l’ebreo dell’est, Ostjude, divenne un personaggio inquietante e da deridere. La necessità, per l’ebreo tedesco, di superare la diffidenza dei popoli occidentali nei suoi confronti, lo porta, per essere accettato, a esternare il disprezzo per il suo pari orientale, che incarnava tutti i tratti negativi tradizionalmente attribuiti agli ebrei.
Joseph Roth, scrittore e giornalista austriaco, testimone letterario d'eccezione della fine dell'Impero austro-ungarico, nato in Galizia, in una sua esemplare, quanto caustica intervista, affermò: “Quanto più occidentale è il luogo di nascita di un ebreo, tanti più sono gli ebrei che guarda dall’alto in basso. L’ebreo di Francoforte disprezza l’ebreo di Berlino, l’ebreo di Berlino disprezza l’ebreo di Vienna, e quello di Vienna disprezza l’ebreo di Varsavia. Poi vengono gli ebrei della Galizia, che tutti guardano dall’alto in basso; e di lì vengo io, l’ultimo di tutti gli ebrei”.  
 
Ebrei dei territori orientali dell'Impero Asburgico (Ostjude)
Nella seconda metà dell’Ottocento l’espressione Ostjude diventa il termine che viene usato per definire “l’ebreo del ghetto”. Per meglio precisare il concetto, con questa espressione non si intendeva chi stava fisicamente nel ghetto, ma si intendeva uno stato mentale perché chi stava nel ghetto era considerato uno straniero in Europa.
Karl Emil Franzos, nato in Galizia, fu uno scrittore ebreo liberale di lingua tedesca, le cui opere ebbero grande diffusione nell’Impero austro-ungarico e in Germania. Raggiunse il successo con numerosissimi romanzi e racconti che risultarono efficaci soprattutto nella colorita rievocazione del mondo ebraico dell'Europa orientale. Franzos descrisse le composite stirpi della vecchia Austria e la tragica odissea delle comunità israelitiche. In particolare scrisse sulla scialba esistenza delle piccole città della Podolia, nelle quali gli ebrei giungevano in autunno a Belz da tutta la Volinia e da tutta la Podolia per trascorrere le festività religiose nella vecchia sinagoga e sognare la lontana patria del Giordano. Compì una distinzione netta tra l’Europa, che era “avanzamento, umanità, cultura” e l’Asia, l’Est, ossia tutto ciò che invece era sordido, barbaro, selvaggio. Descrisse gli ebrei dell’est come arretrati, superstiziosi, miseri, mentre, secondo il suo parere, avrebbero dovuto riscattarsi abbandonando lo yiddish e le loro tradizioni secolari, assimilandosi alla cultura tedesca.  
Per nulla d’accordo con questi concetti era un gruppo di intellettuali che ritenne, invece, fosse da rivalutare la specificità della cultura ebraica orientale perché depositaria dei valori unitari del popolo ebraico, come la lingua, lo yiddish, la mistica, il chassidismo, la letteratura e la musica.   
Il chassidismo, la letteratura, la lingua yiddish, le tradizioni ebraiche furono considerate da questo movimento di rinascita come il vero nucleo dell’anima ebraica. Martin Buber, appartenente a quel movimento, scrisse che “le masse ebraiche di lingua yiddish che vivevano nei villaggi dell’Europa orientale erano la dimostrazione che gli ebrei non erano soltanto, come gli ebrei occidentali, una somma di individui sradicati… Essi erano anche popolo, e popolo allo stesso titolo dei tedeschi, perché, come i tedeschi, avevano una tradizione, una lingua e una letteratura popolari…”. Kafka, lo scrittore ebreo praghese, non fu tuttavia d’accordo con Buber, perché non considerò mai lo yiddish una lingua ma un gergo, un dialetto popolare.
 
 Il vecchio cimitero ebraico di Praga

Il rapporto tra comunità e lingua ebbe una grande importanza nel classificare quelle aree centro-orientali. A cavallo tra Ottocento e Novecento, in quello spazio, il tedesco, seppur non si sostituì alle lingue nazionali, ma convisse con esse, era parlato da grandi fette di popolazioni, ben oltre i confini dello stesso impero asburgico e della Germania. Il tedesco costituiva la lingua colta, parlata da scrittori e intellettuali e praticata in molte comunità ebraiche. Il tragico amore per la lingua tedesca unirà molti scrittori ebrei, anche nei ghetti, prima, e nei lager nazisti, poi. Per quegli scrittori il tedesco era la lingua della patria, della casa, dell’identità, in quanto legame con la propria comunità.
Nella maggior parte delle città della Mitteleuropa, da Praga a Vienna fino a Budapest, avviene il processo di abbandono dell’ebraismo tradizionale e dello yiddish, che si spostano sempre più ad est. La comunità ebraica di Praga si assimila alla comunità tedesca, soprattutto nella lingua e nei costumi.
I centri della cultura tradizionale ebraica divennero, dunque, gli insediamenti ebraici dell’Europa orientale, i piccoli villaggi, abitati da povere persone che vivevano nella miseria e nella sporcizia. Le comunità di quei luoghi erano comunità autonome dalle solide basi, che possedevano proprie concezioni di valori, proprie tradizioni e leggi che si discostavano molto dalle realtà occidentali.
 
 
Golcuv Jenikov (Rep. Ceca). Il ghetto ebraico in una foto del 1914 e il cimitero ebraico oggi
La grave crisi che colpì l’Europa tra le due guerre mondiali costrinse molti ebrei di quei territori orientali ad emigrare o a spostarsi nelle grandi città. La Shoa perpetrata dai nazisti, che sterminò la gran parte degli ebrei, e le epurazioni staliniane cancellarono gran parte di quella cultura. I sopravvissuti lasciarono la Mitteleuropa e migrarono verso gli Stati Uniti, la Palestina prima e Israele poi. Lo sterminio degli ebrei cancellò quel mondo.
Yitzhak Katzenelson, ebreo, dapprima nascosto nel ghetto di Varsavia e poi fuggito in un paesino in Francia, scrisse Il canto, monumento funebre agli ebrei d’Europa. Venne individuato e trasferito ad Auschwitz, dove troverà la morte. Terminata la guerra il suo manoscritto fu pubblicato: “Ahimè, non c’è più nessuno… c’era un popolo, ora non c’è più… c’era un popolo… e ora è scomparso!”
La fine della Seconda guerra mondiale segnò così un duplice tramonto: quello delle culture degli Ostjuden(2) e dei Volksdeutscher(3). Il duplice tramonto, ossia lo sterminio degli ebrei e la pulizia etnica dei tedeschi dall’Europa centro-orientale. Mentre la Seconda guerra mondiale stava terminando e soprattutto dopo la sua cessazione, ad essere vittime furono le popolazioni germanofone dell’Europa centro-orientale. Non si trattò pressoché di nazisti, ma indiscriminatamente vennero colpiti tutti i Volksdeutsche, popolazioni germanofone che si erano insediate in quei territori da secoli, a partire dalla colonizzazione della parte orientale dell’Europa, attuata dai popoli germanici: una grande migrazione, nel corso della quale i tedeschi fondarono insediamenti nelle regioni meno popolate dell’Europa centro-orientale e orientale. Nel 1945, e nell’immediato dopoguerra, saranno vittime di espulsioni, trasferimenti forzati, deportazioni accompagnate da ogni sorta di brutalità, dovute ad un forte risentimento anti-tedesco, soprattutto nelle regioni che furono occupate militarmente dalle forze naziste durante la guerra.

Beniamino Colnaghi

Bibliografia, sitografia e note

Attilio Milano, Storia degli ebrei in Italia, Torino, Einaudi, 1992.
Robert S. Wistrich, Gli ebrei di Vienna, Milano, Rizzoli, 1994.
M. Barbagli, M. Pisati, Dentro e fuori le mura, Bologna, Società editrice il Mulino, 2012.
Massimo Libardi, Fernando Orlandi, Mitteleuropa, mito, letteratura, filosofia, Silvy Edizioni, 2011.
Giuliano Baioni, Kafka, letteratura ed ebraismo, Torino, Einaudi, 1984.
Yitzhak Katzenelson, Il canto del popolo ebraico massacrato, Firenze, Giuntina, 1998.

Il ghetto di Golcuv Jenikov: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.cz/2012_03_01_archive.html
Wikipedia enciclopedia libera: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_degli_ebrei_in_Europa
Wikipedia enciclopedia libera: http://it.wikipedia.org/wiki/Impero_austro-ungarico

(2) Ostjuden, ebreo dell’Europa centro-orientale.
(3) Volksdeutsche è una parola tedesca che significa "cittadino di etnia tedesca". Il termine venne usato nei primi decenni del Novecento per indicare i cittadini di etnia germanica che vivevano al di fuori del Reich. Volksdeutsch indica quindi i tedeschi etnici fuori dalla Germania ma senza la nazionalità tedesca, mentre la parola Reichsdeutsch indica i tedeschi etnici con nazionalità e cittadinanza tedesca.
 
 

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